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Sogni Rubati 6° capitolo

17 agosto 2010

Capitolo Sei: Di nuovo a Flag

Willemstadt, Curacao, 1975. La Apollo è sullo sfondo

«Equipaggio del Dissem Bureau – presentarsi immediatamente nella Sala Ricerche per una conferenza con il Commodoro».
Era la voce di Jim Vannier, Flag Dissem Aide e mio nuovo senior. Mi alzai dalla mia minuscola scrivania e sbattei la testa contro la paratia. Una conferenza con il Commodoro? Era questa la vita che mi aspettava sull’Apollo? Incontri regolari con il Vecchio in persona?

Mi unii al resto dello staff di Dissem Bureau – eravamo una decina – e ci incamminammo velocemente lungo la zona dei ponti gemelli, verso le scale. Jim aveva avvertito anche i tizi che lavoravano alla piccola macchina da stampa nella stiva. Ci affrettammo su per le scale per incontrarci sul Ponte A, ai piedi della scala che conduceva al sancta sanctorum del Commodoro.

«Ci siamo tutti?» urlò una delle Messaggere del Commodoro dalla cima delle scale. Come tutte le Messaggere anche lei era una adolescente bionda, vestita in modo provocante con stivali bianchi dal tacco alto, calzoncini bianchi, camicetta bianca annodata sul davanti – una buona dose di ventre in vista. Ovunque andassero, le messaggere venivano seguite da sguardi maschili – ma erano severamente off-limits.

Jim disse :«Mancano solo i tipografi», che proprio in quel momento arrivarono di corsa spalancando la porta del Ponte A. Uno di loro era Steve Boyd, con cui avevo lavorato a Pubs. L’altro era un ragazzetto avvolto da un forte e pungente puzzo di sudore.

Con la nave ormeggiata a Curaçao – proprio sull’equatore – e senza aria condizionata, le stive inferiori erano dei veri forni. Tutti noi ci scambiammo occhiate piene di panico – non poteva entrare in Sala Ricerche puzzando in quel modo! Ma era troppo tardi. La Messaggera ci stava impazientemente invitando a salire le scale.

Entrammo nella Sala Ricerche. Il Commodoro era seduto alla scrivania, posta alla destra dell’ingresso. Tra la scrivania e la porta erano state frettolosamente disposte una dozzina di sedie. La stanza era piena di ogni sorta di opulenza marinaresca – ottoni tirati a lucido e legni laccati. Sulla sinistra spiccava un caminetto di legno intagliato sormontato da una specchiera, sulla mensola un modellino perfetto del Cutty Sark.

Data la sua nota sensibilità agli odori, il Commodoro fu cortese per la puzza appena entrata nel suo spazio privato. «Lascia aperta la porta» ordinò alla Messaggera.

Ci sedemmo ed ebbi così modo di osservare per la prima volta da vicino L. Ron Hubbard, Fondatore di Scientology e Commodoro della Sea Organization. Sembrava ingrassato dall’ultima volta che lo avevo visto, nel 1971. I capelli rossicci cominciavano a ingrigire e a diradarsi. La mia attenzione venne immediatamente attratta da una grossa e adiposa escrescenza tumorale che aveva sulla testa, solo parzialmente coperta dal rado riporto di capelli. Che è quella roba? pensai tra me. Assurdamente mi ritrovai a pensare che fosse una qualche manifestazione dei suoi “poteri OT”. Sulla rivista Advance – quella delle Organizzazioni Avanzate – era uscita di recente una serie di articoli su un nuovo libro, Hymn of Asia, in cui Hubbard sosteneva di essere Metteya, la reincarnazione di Gautama Buddha. In Danimarca gli articoli avevano fatto scalpore. In copertina erano apparsi disegni a colori di “LRH come Buddha”, tunica indiana e un curioso nodo di capelli in cima alla testa. Lo stesso numero riportava immagini di Buddha, con lo stesso nodo di capelli. Quella curiosa tumescenza che Hubbard aveva in testa faceva forse parte della storia di Metteya?

Hubbard guardò i documenti sparpagliati sul suo tavolo. Indossava una camicia bianca con il colletto aperto e un ascot azzurro. Poi osservò il gruppo eterogeneo che aveva seduto di fronte.

«Non vorrei che pensaste che sono arrabbiato con voi» iniziò fulminandoci con uno dei suoi noti sorrisi pacchiani. «So che per voi le cose sono state abbastanza dure e ho pensato che fosse giunto il momento di tenervi un piccolo briefing per farvi sapere dove siamo diretti».

Ci informò che non era digiuno di arte grafica e ci intrattenne con un lungo racconto sui suoi giorni alla George Town University, quando si occupava del quotidiano studentesco che, all’epoca, veniva preparato con caratteri mobili in piombo e macchine da stampa. Era indubbio che il Fondatore sapeva raccontare le storie e come si inchioda una platea. Riferì delle sue esperienze con il mondo della stampa, quando faceva i libri da Manneys, una tipografia del Kansas, la sua introduzione al fotolito eccetera. Noi ascoltavamo rapiti e già a metà del suo racconto eravamo profondamente convinti di stare parlando con un uomo di grandissima esperienza in pubblicità e nella stampa.

Già conoscevamo i suoi molti scritti di natura artistica. Era stato uno scrittore di pulp negli anni ’30 e ’40, fotografo dilettante e a volte poeta, oltre che filosofo, e si considerava qualificato a pontificare sulla vera natura dell’arte. Nel 1960 aveva grandiosamente pronunciato la sua definizione di arte: «La qualità della comunicazione». A ciò era seguita una serie di scritti su ciò che rendeva l’arte buona o cattiva. Ci aveva anche inviato una serie di istruzioni sui passi esatti da seguire per organizzare una campagna promozionale, dalla fase di “idea” fino al prodotto stampato – ciò che lui chiamava la “Linea di Assemblaggio” della promozione. Ed era seguendo alla lettera i suoi scritti che noi dovevamo operare.

Hubbard stava lavorando anche a un altro progetto. Aveva infatti fondato una Org di Riprese Fotografiche, un gruppo di staff che lo avrebbe aiutato a scattare una serie di foto da utilizzare nella promozione di Scientology. Dovevano scendere a terra sulle isole e individuare una location adeguata, montare frettolosamente le scenografie e tutto il necessario in base ai “copioni di ripresa fotografica” che lui scriveva. Ogni giorno Hubbard si presentava alla location stabilita abbigliato nella sua tenuta kaki da safari – adorava i costumi – e dirigeva una serie di fotografie che poi dovevano essere trasformate in opuscoli che avrebbero portato al mondo il messaggio con immagini e brevi didascalie.

«Il mondo sta diventando sempre più analfabeta in quest’epoca della TV» ci disse. Le droghe e l’educazione moderna – tutte parte del progetto degli “psychs” per distruggere il mondo – avevano reso l’uomo incapace di leggere. Tali opuscoli avrebbero aggirato il problema con le fotografie. E noi avremmo dovuto fare il progetto.

«Ciò che sto cercando di fare grazie alla sola qualità della comunicazione» riassunse «è espandere Scientology dieci, venti, trenta volte. Ecco il motivo per cui siete qui». Quello era il nostro ruolino di marcia.

Ero arrivato a Curaçao sei settimane prima, in giugno. Osservando dal molo le attività di bordo mi aveva colpito la differenza tra l’Apollo del 1971 e l’attuale. Allora era sembrata efficiente, con l’equipaggio in uniforme e serio. Oggi sembrava una colonia bohemien. Il ponte di prora era ingombro di set teatrali e sostegni vari. Sul ponte di poppa un gruppo di ballerini in costumi colorati stava provando una coreografia sulla musica rock di una banda di suonatori. L’equipaggio aveva i capelli lunghi e abbigliamento casual – gli uomini in calzoncini e maglietta, le donne in short e bikini. Improvvisamente mi ero sentito troppo serio e troppo vestito.

Mi avevano assegnato un posto letto nel dormitorio maschile, ingombro di letti a castello e insopportabilmente caldo. Scoprii che molti membri dell’equipaggio dormivano sul ponte, dove potevano almeno godere di un po’ di brezza. Alla fine mi abituai al posto – anche al rituale di togliere le coperte prima di andare a dormire e spazzar via gli scarafaggi dal letto. Mangiavamo alla mensa di poppa coloritamente definita “Doggie Diner” [canile].

All’arrivo mi avevano assegnato a una nuova unità chiamata “Unità della Letteratura”, che consisteva di me e Ken Delderfield. Il nostro compito era creare letteratura per Scientology, opuscoli e volantini. L’incarico durò circa una settimana, poi venimmo entrambi riassegnati al neonato Dissemination Bureau sotto la supervisione di Jim Vannier, il Dissem Aide.

David Ziff faceva già parte dell’unità. Era l’editor di Advance – la rivista “OT” di Scientology che pubblicava articoli sulla “Storia Spirituale dell’Uomo” oltre a racconti di successo sui “Fenomeni OT” in cui gli OT parlavano di “visione a distanza” e altri “poteri OT”. Mary, la nuova moglie di David, era una piccola australiana asciutta e coraggiosa, e si occupava della composizione. Carol Titus faceva “l’impaginazione sommaria”, vale a dire progettava l’impaginazione. Annie McGinley curava l’impaginazione e a Deld fu affidato l’incarico di “Stampatore di collegamento”. Poi c’erano due “Artisti LRH” che dipingevano e illustravano – Andre Clavel, un francese, e Arthur Hubbard, il figlio di Ron. Steve Boyd, che conoscevo da Pubs, gestiva la stampa interna.

Non facemmo altre conferenze con Hubbard, ma le Messaggere del Commodoro erano visitatrici frequenti. Ci portavano verbalmente le istruzioni del Fondatore oppure ci presentavano grandi cartoncini colorati su cui il Vecchio aveva scritto, con la sua riconoscibile calligrafia, ordini o commenti. Io mi occupavo della progettazione a volte ricevevo anche cinque o sei messaggi al giorno, via via che i dettagli del pezzo venivano elaborati. A volte ricevevo messaggi anche di notte. Le Messaggere erano state istruite a svegliarci posandoci delicatamente una mano sul petto, in modo che il risveglio non fosse brusco e non picchiassimo la testa sulla cuccetta superiore. Sentivi questa manina sul petto e una voce all’orecchio: «il Commodoro vuole sapere…»

A quel punto dovevi uscire dal tuo sonno profondo e essere operativo nel giro di pochi secondi.

Una volta, in Giamaica, uscii per delle riprese. L’equipaggio aveva delimitato una zona e montato dieci o dodici “scenografie” con fondali rudimentali, mobilia improvvisata e puntelli. Dovevano rappresentare un ambulatorio medico e, a fianco, la casa di qualcuno. Naturalmente non sembravano affatto ciò che dovevano sembrare – quando hai soltanto poche ore per approntare una scenografia il risultato non può che essere poco curato.

Anche i costumi erano approssimativi. C’erano rastrelliere piene di vestiti vecchi e si trattava solo di trovare qualcosa adatto al personaggio e che andasse più o meno bene di misura. Io dovevo recitare la parte di un annunciatore radiofonico e mi diedero un abito intero leggermente troppo grande. Il caldo era infernale e cominciai subito a sudare copiosamente. Prendemmo tutti posto sul set e poi arrivò il Commodoro con il suo entourage di Messaggere, le quali dovevano sistemare la macchina fotografica per il primo scatto. Lui guardava attraverso il mirino, aggeggiava con messa a fuoco e diaframma, poi iniziava ad abbaiare ordini agli attori su dove mettersi e che cosa fare. Si spostava rapidamente tra un set e l’altro fotografandoli tutti in poche ore. E poi tornava alla nave.

Naturalmente le foto erano spaventose. I set scadenti, i costumi bizzarri e le pose banali si combinavano in un mix veramente orrendo. Lo pensavamo tutti, ma nessuno osava dirlo a voce alta. Qualsiasi cosa il Commodoro facesse era brillante e creativo e perfetto, e ci si teneva per sé qualsiasi altra opinione. Come ne I vestiti nuovi dell’Imperatore nessuno voleva essere il primo ad ammettere di non riuscire a cogliere in ogni scatto il genio del Commodoro.

Le fotografie stesse venivano trattate come gemme preziose. Era vietato toccare i negativi, che andavano maneggiati con guanti di cotone, infilati in buste di plastica e conservati nel cartone affinché non si sciupassero. Io dovevo maneggiare spesso le fotografie perché le usavo per i progetti, e mi tremavano sempre le mani. In un momento di particolare agitazione uno dei negativi mi cadde a terra – mi affrettai a raccoglierlo e mi assicurai che nessuno avesse visto.

I messaggi che ricevevo erano di solito costruttivi e incoraggianti, e le Messaggere sempre molto educate con me. A volte se facevo qualche errore assumevano un tono di rimprovero o mi mandavano in “Cramming” – il ristudio obbligato di qualcosa che avevi sbagliato. Un giorno una Messaggera mi pose un cartoncino che diceva: «Cram sulla Formula di Comm». La Formula della Comunicazione era una delle regole Hubbard di base sulla comunicazione umana, qualcosa che impari sul primo corso di Scientology. Ne rimasi profondamente addolorato. Per quale motivo il Commodoro voleva che ristudiassi una cosa così fondamentale? La Messaggera mi indicò il retro dell’annuncio promozionale. Avevo omesso l’indirizzo della persona da contattare.

La Guida alla Sinagoga – foto di LRH

Disegnavo opuscoli su opuscoli e Hubbard controllava ogni dettaglio. Uno era una brochure per la sinagoga di Curaçao – la più vecchia dell’emisfero occidentale – fatta con foto di Hubbard. Serviva per le “pubbliche relazioni di porto”.

Un altro progetto che mi vide coinvolto era una “brochure industriale” per il porto di Curaçao. La nave aveva già prodotto una “brochure turistica” per l’isola, foto di Hubbard per promuovere il turismo. Che alcune delle stesse foto fossero già state usate anche per un opuscolo “Vieni a Flag” rivolto agli scientologist poco importava. Studiai bene il porto – il più grande dell’emisfero occidentale con acque profonde – e scrissi il materiale, poi organizzai delle riunioni con la Camera di Commercio di Curaçao. Non possedevo un abito intero e lo chiesi a prestito all’australiano che dormiva nella cuccetta sopra la mia, un ragazzo di nome Mike Rinder.

Mike era il Comunicatore dell’Ufficiale Comandante dei Flag Bureaux Kerry Gleeson. Alto, capelli color sabbia, Kerry era uno di quegli executive alla “fare di tutto purché le statistiche siano alte” e la sua principale forma di persuasione consisteva nell’urlare contro gli staff con un uso molto liberale di bestemmie assortite. Cercavo di tenermene alla larga più che potevo. Jill, sua moglie, era il Capitano dello Staff e la più importante tra i Commodore’s Staff Aide. C’era un Aide per ognuna delle sette divisioni dell’Organizzazione Scientology. La CS2, cioè il “generale” delle divisioni di Disseminazione, era Robin Roos, la mia vecchia senior di Pubs. CS6 , cioè il “generale” delle Divisioni del Pubblico (incaricate di portare gente nuova in Scientology) era Diana, la figlia di Hubbard.

Sebbene io non avessi mai sentito il Vecchio urlare o strepitare – quanto meno non quando ero a portata di orecchie – la nave sembrava in uno stato costante di semi panico. Quando i senior facevano pressione sui sottoposti per ottenere i target in tempo e avere statistiche alte le tensioni e gli scatti di collera erano sempre in agguato. Anche nel mondo leggermente più rilassato di Dissem non si tollerava il mancato rispetto di una scadenza o un lavoro pasticciato. E se i rifiuti del Commodoro erano di tono mite, i maneggiamenti dei miei superiori non lo erano affatto. Una volta che Hubbard rigettò un mio progetto dovetti stare alzato tutta la notte per un cramming sulla tavolozza colori in modo da poter fare la presentazione il mattino seguente.

A volte durante la pausa cena mi allontanavo dalla nave e la guardavo da lontano. Sedersi un attimo sul molo, lontano da quella follia, era lenitivo.

Un giorno percepii un mutamento nel tono generale, un sottile cambio di marcia. Gli executive correvano su e giù, correvano alle riunioni ma nessuno faceva parola su quanto stesse accadendo. Se insistevi ottenevi la risposta standard per qualsiasi domanda che fosse superiore al tuo livello di paga: “Confidenziale”. Ma stava succedendo qualcosa.

Prima ci dissero che dovevamo prepararci a salpare, e poi annunciarono la destinazione, Sud America – lungo le coste del Brasile. Non che per noi cambiasse molto. Completammo i preparativi del “pronti per il mare”, assicurammo tutto con funi e cinghie, e prendemmo il largo.

Solo dopo aver lasciato il porto ci dissero quale era la nostra vera destinazione: Bahamas, da dove sarebbero iniziati i preparativi per un passo importante nell’evoluzione di Scientology: il trasferimento della Sea Org in una base di terra. Il luogo finale era segreto – ma era negli Stati Uniti.

Dopo sette anni stavo tornando a casa.

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